Giovani e legalità: ricordando il 19 luglio

È strano come il silenzio di una domenica mattina d’estate possa assumere significati diversi a seconda di come ci si senta, di cosa si pensi e di come si viva la giornata.
Domenica 19 luglio ha il sapore della libertà di pensare e ricordare. Trentaquattro anni fa, però, questa stessa giornata per qualcuno, pur nel silenzio mattutino, si è aperta con il peso di una condanna già scritta.
Paolo Borsellino, alle sei del mattino, è già sveglio nella sua casa al mare – in Via Piersanti Mattarella – a Villagrazia di Carini. Chissà se, assaporando il profumo del mare e della salsedine, sia riuscito a trovare un attimo di distacco dalla realtà, magari sorseggiando un buon caffè. Paolo sta preparandosi per una nuova giornata di lavoro e sa che rientrerà a Palermo scortato dai suoi picciotti – i suoi ragazzi: Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Antonio Vullo. È ora di tornare a Palermo. Per arrivare in città, i veicoli di scorta transitano dinanzi alla Stele di Capaci e il pensiero volge direttamente al da poco trascorso 23 maggio, a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.
Il mese prima, in occasione della fiaccolata di commemorazione della strage di Capaci, organizzata il 23 giugno 1992, Paolo Borsellino aveva pronunciato chiare e dirette parole alla Palermo presente e, soprattutto, ai giovani – le nuove generazioni destinatarie di una Sicilia che, negli ultimi tempi, faticava ad essere anche solo pronunciata nel nome: “Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne. Anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, facendo il nostro dovere.”
Le macchine sono arrivate in Via Mariano D’Amelio. Paolo ha appena suonato il campanello del citofono di casa di sua madre, e i suoi ragazzi della scorta stanno controllando tutto attorno.
Ore 16:58 – “È tutto finito” pronuncerà qualche ora dopo Antonino Caponnetto.
C’è stata un’esplosione. Via Mariano D’Amelio è completamente avvolta da fumo denso e nero, c’è l’odore forte e sgradevole di copertoni bruciati. Si sentono le sirene di ambulanze, dei mezzi dei vigili del fuoco e delle macchine della polizia: Palermo è nel caos, si è spenta un’altra luce importante per l’Italia di quel momento storico. Ed è questa l’immagine che per lungo tempo è stata associata alla data del 19 luglio: odore di bruciato e di morte. La mafia ha nuovamente colpito in pieno petto l’Italia onesta, quell’Italia che qualche giorno dopo si è stretta nel lutto di quelle vite spezzate in occasione dei funerali di Stato per gli agenti della scorta e del funerale privato di Paolo Borsellino. “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo” aveva detto qualche tempo addietro Paolo.
Già solo gli agenti di scorta in servizio all’epoca e quelli ad oggi presenti sono il primo esempio di quella gioventù pulita, che non si piega al compromesso. A loro si aggiungono tutti coloro che hanno scelto di lavorare nelle forze dell’ordine, nelle forze armate, in magistratura, e l’Italia di tutte le età che, responsabilmente, vive dalla parte della legalità. A guardare bene questo 19 luglio non c’è più quell’immagine di morte e caos. Paolo Borsellino è quel sorriso condiviso con la sua famiglia, le giornate al mare e i pranzi con i colleghi. Lo sguardo sereno nell’affrontare anche le giornate più difficili e la fiducia che ha riposto nei giovani e nella loro capacità di cambiare le cose: “Ma io sono ottimista, perché vedo che nei confronti della mafia i giovani – siciliani e non – hanno oggi un’attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sin a quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti, avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta.” È l’esempio, insieme a tanti altri, di chi, pur conoscendo il prezzo delle proprie scelte, non ha mai rinunciato a credere nelle istituzioni dello Stato, nella giustizia e nella forza delle coscienze libere. È questo il suo ricordo più autentico che questa giornata chiede a chiunque di avere: il ricordo di una vita vissuta con coraggio, speranza e forza.
Ci sono anche i volti e i sorrisi dei ragazzi della scorta.
Emanuela Loi, appena ventiquattro anni, è la prima donna della Polizia di Stato ad entrare nel servizio scorte. Una donna piena di entusiasmo, legata alla sua famiglia e fiera del suo accento sardo. Viso incorniciato dai suoi ricci, con il sorriso spontaneo di chi guarda al futuro, indossando con orgoglio la propria divisa.
Agostino Catalano, capo della scorta, affronta il proprio lavoro con professionalità e forte senso di responsabilità. Uomo equilibrato e generoso, capace di trasmettere sicurezza ai colleghi più giovani e di affrontare ogni situazione con calma e lucidità.
Walter Eddie Cosina, soprannominato “il Triestino”, è sempre disponibile e in un rapporto sincero con le persone. Si contraddistingue per il valore della discrezione e del lavoro silenzioso: una persona cordiale e sempre pronta ad aiutare gli altri senza cercare alcun riconoscimento.
Vincenzo Li Muli, di ventidue anni – il più giovane agente della scorta, è un ragazzo educato, serio e rispettoso. In lui convivono l’entusiasmo della giovinezza, del futuro da costruire e la consapevolezza di continuare il percorso del servizio allo Stato.
Claudio Traina, agente dotato di grande umiltà: gentile e corretto con chiunque. A lui non piace stare al centro dell’attenzione, eppure riesce a lasciare un segno in chi lo incontra e conosce attraverso la sua serietà e l’esempio quotidiano.
Antonio Vullo continua a ricordare il valore dei colleghi con cui ha condiviso il servizio di scorta. Nelle sue parole c’è l’affetto per quelle persone con cui ha costruito un legale umano e, solo poi, professionale.
Paolo, Emanuela, Agostino, Walter Eddie, Vincenzo, Claudio ed Antonio non sono solo nomi da pronunciare: sono sogni da realizzare, progetti per il futuro – quelli di chi è consapevole che l’Italia non si piega alle ingiustizie e alla criminalità. L’Italia reagisce dinanzi a chi ostacola il suo percorso di legalità e non si ferma. Conta così tante persone che si oppongono a tutte le forme di ingiustizia, da superare nettamente e di gran lunga il numero di chi compie queste stesse ingiustizie. Nel ricordare l’umanità dei ragazzi della scorta si può citare la poesia di Antonello La Mattina, letta il 10 aprile 2026 dall’agente Emanuela Loi – nipote dell’agente di scorta Emanuela Loi – in occasione del 174° anniversario di fondazione della Polizia di Stato. In quelle parole, la poesia dà voce a chi il 19 luglio 1992 era in servizio in Via Mariano D’Amelio accanto a Paolo Borsellino e consegna un’immagine viva: “Se me lo chiedessi oggi, ti risponderei da queste lettere di bronzo che no, non vorrei morire, perché conosco quello che ho mancato. Ma se sono morto, è perché non ho smesso di vivere.” Ebbene sì, perché l’amore per la vita, gli affetti, le relazioni, la dedizione al proprio lavoro hanno vinto e vinceranno sempre dinanzi alla morte: hanno scelto, ogni giorno, di fare il proprio lavoro con onestà e responsabilità, continuando a vivere pienamente nonostante la consapevolezza del rischio.
“E il mio ultimo alito di vita è perché tu possa continuare la tua missione, perché a morire ci vuole coraggio: il coraggio di lasciare tutto e, soprattutto, tutti.” – la missione di non arrendersi, anche quando non sembra esserci una soluzione, di fidarsi della giustizia, di essere consapevoli dei diritti e dei doveri, di vivere nella libertà della scelta della legalità.
La mafia, il 19 luglio 1992, ha strappato sei vite, ma non è riuscita a spegnere tutto ciò che quelle stesse vite avevano costruito: la mafia, al pari di tutte le forma di criminalità organizzata, è vincibile ed estirpabile. Lo dimostra chiunque ancora oggi si fida della giustizia, della legalità e del valore del proprio dovere. Trentaquattro anni dopo, il 19 luglio prosegue nell’interrogarci: chiede da che parte vogliamo stare quando assistiamo a un’ingiustizia, se siamo disposti a fare il nostro dovere senza chiedere nulla in cambio. Ci chiede se la legalità sia per noi soltanto una parola presente sul dizionario o una scelta quotidiana. Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Antonio Vullo ci hanno lasciato un’eredità di responsabilità. Ed è forse questo il significato più autentico del loro ricordo: sapere che il loro esempio continua a vivere ogniqualvolta si scelga il coraggio al posto dell’indifferenza, l’onestà piuttosto che il compromesso, il bene comune a fronte dell’interesse personale. Rimangono nei gesti, nelle scelte e nelle coscienze di chi persiste nel tenere alta e ben ferma l’affermazione che giustizia, legalità e libertà non sono parole da commemorare e di cui fare commemorazione, ma valori da vivere ogni giorno. Non a caso, in Via Mariano D’Amelio è stato piantato l’Ulivo della Pace, perché quotidianamente si possa osservare il segno di una storia che è sempre raccontata – una memoria che non trattiene niente e nessuno, ma restituisce voci.
Mariacristina Carà
