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Fallimenti e peggioramento della qualità del lavoro in tempo di Covid

Preoccupano le stime sulla disoccupazione nel nostro territorio ma anche il peggioramento della qualità del lavoro. Alle Acli si registra l’aumento di persone che avvertono condizioni di disagio.

Non c’è solo lo spettro drammatico della disoccupazione per oltre 60 mila veneti all’orizzonte, quando al 31 marzo scadrà il blocco dei licenziamenti, secondo le stime su dati della cassa integrazione resi noti in questi giorni. A preoccupare le Acli di Treviso c’è anche il peggioramento della qualità del lavoro, in termini di natura dei contratti, demansionamenti, retribuzioni, specie in alcuni comparti.

All’Ufficio Lavoro del Patronato è infatti di molto aumentata la richiesta di consulenza e supporto nella gestione dei rapporti lavorativi. Negli ultimi due mesi a cavallo del nuovo anno l’incremento è stato complessivamente di oltre il 30%. I lavoratori hanno necessità di controllare le buste paga spesso per sospette irregolarità in concomitanza con periodi di cassa integrazione Covid-19, comprendere il contratto di lavoro, capire diritti e doveri durante l’emergenza pandemica ed essere accompagnati anche verso nuovi percorsi lavorativi. Sicuramente sono cresciute di più del 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente le richieste di consulenza da parte di coloro che temono prossimi fallimenti aziendali o si trovano già in tale situazione. Si tratta in particolar modo di persone fra i 40 e i 50 anni che vivono un importante senso di spaesamento, disillusione, rabbia. 

“Dall’aiuto commessa che in realtà ha la piena e totale responsabilità della gestione di un punto vendita, ai dipendenti di ristoranti che hanno cominciato a lavorare come lavapiatti e poi sono diventati aiutocuochi, ma non hanno mai visto riconosciute le proprie posizioni contrattuali e lavorative – spiega Alessandro Pierobon, presidente provinciale delle Acli e del Patronato -. Il tema dello sfruttamento lavorativo qui da noi assume tante sfaccettature, e non dimentichiamo che riguarda anche il mondo dell’assistenza familiare, il settore agricolo, l’enorme pletora di persone impegnate nei call center”.

Non solo dunque lavoro nero, ma anche tanto grigio, come quando un lavoratore è inserito in un’azienda con un inquadramento non corretto oppure un contratto “di facciata”: pensiamo alle finte prestazioni occasionali, stage senza contenuto formativo, contratti part-time dove l’orario di lavoro effettivo è di 40 ore.

“Se in generale l'epidemia ha peggiorato le condizioni del mercato del lavoro, come ci dice anche una recente ricerca Cnel Censis con una situazione che rischia di diventare «esplosiva» nei prossimi mesi con la fine del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione con causale Covid, anche nei nostri uffici registriamo che le donne e i giovani hanno pagato un prezzo molto alto in quanto impegnati a ricoprire ruoli e a svolgere lavori precari, soprattutto nei servizi, ma anche perché hanno avuto un maggiore carico di lavoro familiare” spiega Chiara Pozzi dell’Ufficio Lavoro del Patronato Acli.

Con l’obiettivo di favorire il lavoro dignitoso e sostenibile per tutti, le Acli di Treviso stanno avviando in queste settimane un nuovo progetto “Il lavoro N/Mobilita l’uomo” finanziato dalla Regione Veneto con fondi art. 72 e 73 Riforma del Terzo Settore. Sono previsti ogni mese un paio di incontri di approfondimento sulla contrattualistica e i diritti/doveri del lavoratori, specie in condizioni di maggiore vulnerabilità. Inoltre, sarà ampliato lo spazio dedicato alla consulenza sulle questioni lavorative con la presa in carico di persone già in situazione di fragilità, e aggravata a seguito dell’emergenza. Per alcuni, complessivamente 10, si attiveranno dei percorsi di inserimento /reinserimento lavorativo.

“La tragedia sanitaria, rischia di avere conseguenze dolorose di disastro sociale – commenta Alessandro Pierobon –, con tutto quello che questo vuol dire sapendo che a soffrire sono e saranno soprattutto le moltissime attività fatte di pochi dipendenti, le microimprese inghiottite nel blackout delle chiusure forzate per il contenimento della pandemia”, artigiani, commercianti, ristoratori, attività ricreative sportive ed artistiche. “Concordiamo sul fatto che è urgente un patto fra politica regionale e associazioni datoriali – conclude Pierobon – per incentivare l’occupazione e la riqualificazione professionale”.

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Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

Giorgio La Pira