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Colf e discriminazione razziale: cosa accade a Treviso?

    Colf e discriminazione razziale: cosa accade a Treviso?Pixabay

    Cosa succede quando le discriminazioni razziali si intrecciano ad un lavoro delicato, presente e necessario nelle nostre famiglie, ma che gli italiani non vogliono fare, come la colf e la badante? Le Acli – in rete con l'Osservatorio Regionale Antidiscriminazione e con gli operatori dell'associazione veronese “Le Fate” – hanno indagato il mondo dell'assistenza familiare a Treviso.

    Gli stranieri rappresentano circa l’80% del totale dei contratti attivati in Veneto nel 2016, e in gran parte sono donne (89%). Le discriminazioni nei loro confronti sono numerose, ma spesso taciute per paura di perdere il lavoro. Raccogliere le segnalazioni è invece fondamentale: discriminare è contro la legge ed è sanzionato.

    “Il mio datore di lavoro mi ha chiamata: 'terrorista musulmana', 'lasciala perdere quella extracomunitaria',” racconta K., del Marocco. Le testimonianze raccolte grazie al Circolo Acli Colf di Treviso raccontano che all'origine spesso c'è il colore della pelle, oppure la nazionalità e la religione, con tutti i pregiudizi che si trascinano dietro. Datori di lavoro che chiedono alla badante di fare spesa e pasti separati, sospettosi delle condizioni igieniche del paese di origine. “È penoso. Sono in Italia da 13 anni, sono laureata, ho lavorato in alberghi e vissuto a Parigi, dicevano che non ero capace di rifare il letto perché a casa nostra dormiamo nelle capanne: io sono una persona civile,” si sfoga K.

    “Quando accetti un lavoro, non devi sopportare tutto,” dice R., nigeriana. “Ci metto il cuore: se c'è comprensione, allora si crea una relazione costruttiva per entrambi, in cui anche il datore di lavoro e il malato ci guadagnano. Piuttosto rinuncio se non ci sono certe condizioni”. Il solo fatto di avere la pelle nera fa credere che si possa essere sfruttati più di altri. E nella realtà accade, conferma R.: “Ad un colloquio la famiglia mi ha detto: quando finisci qua, poi c'è la casa di mia figlia, gratis”. Per paura di perdere il lavoro, una potrebbe adattarsi. “Io me ne sono andata”.

    Oltre alle discriminazioni dirette ed esplicite, altre restano sottotraccia. Come per esempio la proposta votata a febbraio 2017 dal Consiglio regionale veneto, che nei nidi comunali dà priorità ai figli di chi vive o lavora in Veneto da almeno 15 anni: delibere che si ritorcono anche contro i cittadini italiani residenti solo da pochi anni. Oppure niente casa in affitto, anche se lavori e hai delle buone referenze: “Finalmente dopo un anno ho trovato un appartamento,” conferma K., “le agenzie immobiliari mi dicevano: 'No marocchini' e mi prendevano in giro”. O come il caso di un controllore che sui mezzi pubblici chiede il biglietto solo agli stranieri. “Anche in chiesa, al gesto della pace, qualcuno non ti dà la mano,” dice R., cattolica, che frequenta la propria parrocchia e canta nel coro.

    “La nazionalità fa spesso la differenza” agli occhi di chi cerca una badante, spiegano dagli uffici Acli che fanno intermediazione tra offerta e domanda di lavoro domestico. “C'è anche chi si presenta e vorrebbe trovare un'ucraina o una moldava di tot anni. Quando dovrebbero cercare delle competenze. Oppure di filippini disoccupati non ne trovi a Treviso. Anche questo è razzismo, frutto di stereotipi: nelle famiglie bene di Treviso 'fa chic' dire 'il mio filippino'”. Ed i fatti di cronaca o il dibattito pubblico influenzano la percezione, soprattutto delle persone più anziane, sole o malate. “Come fai a vivere diversamente se tutto il giorno guardi la TV e ti propinano certe cose,” ribadiscono dal Circolo Acli Colf. “Per un anziano la realtà esterna passa per la TV”.

    Come segnalare una discriminazione, se sei una vittima o un testimone

    L'Osservatorio Regionale Antidiscriminazione, presso Veneto Lavoro, supporta tutte le vittime di discriminazione razziale. Il numero 041 2919380 (insieme al numero verde dell'UNAR 800 90 10 10) è in grado di raccogliere segnalazioni e dare consigli su come intervenire, anche attivando procedure di mediazione e consulenza legale. Le segnalazioni possono essere fatte dalle vittime o da testimoni ed avvenire anche in modo anonimo.

    Per ragioni di riservatezza, abbiamo omesso i nomi delle persone che hanno raccontato la propria testimonianza.

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    Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

    Giorgio La Pira