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Cittadinanza italiana, storie e volti dei nuovi italianiIn evidenza

Cittadinanza italiana, storie e volti dei nuovi italiani

Mentre nell'area dell’Unione Europea si registra una diminuzione delle richieste negli ultimi anni, nella provincia di Treviso, per ora, le richieste di cittadinanza crescono. Per raccontare e spiegare questo fenomeno abbiamo preparato un approfondimento e raccolto alcune testimonianze, a cura del Servizio immigrazione Patronato Acli di Treviso.

L’Italia è il primo paese in Europa per concessioni di cittadinanza a migranti (rapporto Eurostat 2017). Gli stessi dati indicano un trend costantemente in calo negli ultimi anni. Questa diminuzione non si rispecchia nella situazione della provincia di Treviso, dove le concessioni di cittadinanza sono passate dalle 6.684 del 2015 alle 7.858 del 2016, né nelle richieste di informazione e assistenza che riceviamo quotidianamente nei nostri uffici in numero sempre crescente.

Inevitabilmente siamo chiamati a confrontarci con le motivazioni, ma anche con le criticità e le fatiche legate a questo percorso che tanto dice della storia dei singoli, ma anche dell’evoluzione delle migrazioni. Il primo punto critico, nonostante l’innegabile accelerata impressa alla procedura con l’introduzione della domanda telematica, riguarda senza dubbio la tempistica: maturato il requisito previsto dalla legge, la risposta arrivain media dopo due anni, con situazioni eccezionali che vedono attese di tre, quattro e più anni. A questo si aggiungono i costi, non solo economici, legati alla produzione dei certificati dei paesi di origine, ma anche al contributo previsto per la presentazione dell’istanza.

La motivazione rimane comunque più forte delle difficoltà: la cittadinanza rappresenta il traguardo cui puntano la quasi totalità dei cittadini stranieri per sperare di superare il "confine" non solo geografico, ma anche amministrativo, burocratico, culturale, tra chi è italiano e chi, pur vivendo da molti anni in Italia, non lo è. Alcuni sono guidati principalmente dal desiderio di evitare la necessità di pratiche lunghe e costose legate alla propria condizione di stranieri, a volte anche dal progetto di migrare in altro paese europeo dove cercare maggior fortuna o una situazione apparentemente più favorevole grazie a una cittadinanza, quella italiana, che facilita la mobilità e la ricerca di lavoro. Talvolta il passaporto è uno strumento per una vita più agevole, ma rischia di avere poco a che vedere con un effettivo radicamento nella società italiana.

Per molti, però, soprattutto i più giovani, l’acquisto della cittadinanza formalizza e dà sostanza a un legame con l’Italia vivo e forte: chi è nato in Italia o vi è giunto da giovanissimo si sente spesso più italiano che senegalese, ucraino o indiano e anche chi è arrivato in età più avanzata ha costruito qui la sua vita e vede il suo futuro e quello dei suoi figli nel nostro paese. Si desidera partecipare a pieno titolo alla vita sociale e civile del luogo in cui si vive, si studia, si cresce, si lavora, si forma una nuova famiglia. 

Giovani, radicati nel territorio, con le famiglie: chi sono i migranti che chiedono la cittadinanza

I richiedenti la cittadinanza sono giovani, quasi i due terzi hanno meno di 45 anni, e, se si considera che i minori non possono presentare questa richiesta, il numero è ancor più significativo. Un dato provocatorio soprattutto a fronte del costante invecchiamento della popolazione italiana.

Sono sempre più spesso donne: dopo anni in cui la cittadinanza era appannaggio soprattutto degli uomini, nell'ultimo periodo la situazione si è capovolta.

Il 55% di coloro che si rivolgono ai nostri uffici provengono da soli 5 paesi: Albania, Bangladesh, Marocco, Moldova, Macedonia; si arriva a oltre il 75% se si aggiungono Romania, Senegal, Ghana, Ucraina, India. I nuovi o futuri italiani provengono anche dal Vietnam, dalla Bolivia, dalle Isole Mauritius, da Cuba, dall'Uganda, dal Kazakistan e dal Libano, come dalla Germania e dalla Gran Bretagna.

Nell'elenco delle nazionalità dei richiedenti, rispetto ai dati italiani tra le prime due nazionalità (Albania con circa il 18% delle domande e Marocco con 8%) si inserisce il Bangladesh con oltre il 12% delle domande e i cittadini moldavi (per tre quarti donne, impegnate in gran parte nel lavoro di cura) staccano di pochissimo quelli macedoni.

Quasi un quarto delle domande sono presentate da cittadini africani, oltre un terzo da chi proviene dall'Est Europa, dall'Albania all’area balcanica e ai paesi dell’ex Unione Sovietica.

Dalla prima domanda compilata nei nostri uffici nel 2006, il lavoro è cambiato in maniera radicale e questo perché è mutata la presenza degli immigrati nel nostro territorio: nonostante la crisi, la gran parte dei cittadini stranieri sono stabilmente radicati nella provincia. A volte hanno affrontato le difficoltà economiche scegliendo di rimandare nel paese di origine moglie e figli, ma quasi sempre l’obiettivo è riunire la famiglia in Italia, dove ci si è costruita una nuova vita e i figli si sentono più a casa rispetto al paese di provenienza.

Chi ha cancellato la residenza, magari senza essere consapevole di perdere così anche il requisito per la cittadinanza, ricomincia a "costruire" gli anni necessari per la richiesta di cittadinanza, ma non vi rinuncia. Chi, invece, ha tenacemente e faticosamente mantenuto questo legame con l’Italia si affretta a chiedere la cittadinanza.

E la cittadinanza è sempre più un “affare di famiglia”: negli anni sono aumentate esponenzialmente le domande di cittadinanza per matrimonio, non solo perché un cittadino o una cittadina straniera sposano un italiano, ma soprattutto perché uno dei coniugi diventa italiano, con lui i figli e, in seguito, il coniuge. Ma è cittadinanza di famiglia anche perché spesso sono famiglie intere che presentano la domanda, 4 o 5 persone che quasi fanno a gara per raggiungere il traguardo del giuramento.

(Fonte: dati Patronato Acli Treviso, 2017)

 

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Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

Giorgio La Pira