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Il calcio che unisce, anche nei Balcani

Il calcio che unisce, anche nei Balcani

Džeko e Pjanić dalla Bosnia Erzegovina. Ljajić, serbo, e Modrić, croato. Pandev dalla Macedonia, Jovetić dal Montenegro. Lo sloveno Handanovič. Sono solo alcune tra le stelle del calcio provenienti dall’altra sponda del mar Adriatico, dai Balcani. Per non parlare di Ibrahimovic, nato a Malmö, da padre bosniaco e madre croata, immigrati in Svezia. Oggi giocano nei massimi campionati europei e vestono le maglie di 7 nazionali diverse. Se la ex Jugoslavia fosse rimasta unita, avrebbe potuto ancora esprimere un concentrato indiscutibile di talento: il “Brasile d’Europa”, come veniva chiamata alla fine degli anni Ottanta.

Tuttavia, anche nei Balcani, lo sport e il calcio possono tornare a unire e ricucire alcune fratture di una società complessa. È questo l’obiettivo di Football No Limits, il progetto realizzato in Bosnia Erzegovina da Ipsia, l’ong delle Acli. Questo campus calcistico itinerante, ospitato durante l’estate in 6 località dei Balcani, è giunto alla seconda edizione e si ripromette di superare le differenze con un calcio ad un pallone.

La Bosnia Erzegovina oggi

Football No Limits non è alla ricerca di nuovi Ibrahimovic. I campus sono aperti a tutti i bambini e ragazzi del luogo e coinvolgono volontari sia italiani sia bosniaci: il campo del paese e l’erba ingiallita sono il terreno di partenza per trasmettere valori comuni attraverso il linguaggio universale dello sport. “In 20 anni di lavoro in questo territorio,” racconta Mauro Montalbetti, presidente di Ipsia, “abbiamo cercato di favorire la ricostruzione di un tessuto associativo” in un Paese frammentato al suo interno. Uno Stato frutto degli Accordi di pace di Dayton del 1995 che si compone di due entità substatali, cantoni e province. Tradotto: un’intricata macchina burocratica funzionale solo per i nazionalismi e gli interessi particolari, dove anche la presidenza è tripartita fra i rappresentanti dei gruppi nazionali costitutivi (bosgnacchi, croato-bosniaci, serbo-bosniaci) che esercitano a rotazione la carica di presidente.

Completa questo scenario una situazione economica che stenta a fare progressi: lo stipendio medio è di circa 400 euro, secondo le statistiche nazionali nel 2012 il tasso di disoccupazione era al 28%, mentre i giovani che non hanno un lavoro superano il 50%. Negli ultimi anni la situazione non è migliorata: è rimasta pressoché la stessa. Dopo le proteste di piazza e i movimenti cittadini del 2012, che avevano fatto ipotizzare una “Primavera bosniaca”, ciò che resta è la stagnazione dettata dalla frammentazione politica, sociale e culturale, che a distanza di 20 anni dalla fine della guerra, solo in parte affonda le sue origini nella guerra degli anni Novanta.

L’Europa resta lontana

Se Sarajevo e Mostar sono mete ormai affermate negli itinerari turistici che attraversano l’Europa e il Mediterraneo, negli ultimi anni ai pellegrini di Međugorje si affiancano sempre più giovani con lo zaino, backpacker europei e americani. E fanno la loro comparsa anche turisti orientali, donne velate del Sud-est asiatico e del Medio Oriente. La Turchia investe nel Paese, insieme ai petro-dollari provenienti dal Golfo: nel 2011 Al Jazeera ha aperto a Sarajevo una sua filiale locale per trasmettere un canale all news in lingua serbo-croata-bosniaca.

I campioni del calcio balcanico giocano in tutto il vecchio Continente, l’Europa è vicina ma al tempo stesso resta lontana. Sfiora la Bosnia Erzegovina, ma per averci a che fare devi andartene. Chi può, prepara le valigie o lo ha già fatto da tempo: soprattutto lavoratori qualificati che in Paesi come la Germania, l’Austria o la Svezia guadagnano anche cinque volte più che in patria. Ne sono una prova le targhe straniere per le strade di Kozarac, un villaggio visitato da Football No Limits nel 2017: sono le auto della diaspora, di ritorno per qualche settimana durante le vacanze estive. Come pure ne è un triste esempio, nel senso inverso, la drastica riduzione del numero di partecipanti al campus di Bosanski Novi: dall’anno scorso diverse famiglie se ne sono andate definitivamente e si sono aggiunte al milione e mezzo di bosniaci che si stima vivano all’estero. Infine c’è chi non può. Un giovane calciatore partecipa come volontario alla spedizione di Football No Limits, si dà da fare nel suo Paese ma continua a sognare: “Il calcio è la mia vita. Il solo, grosso problema è che vivo in Bosnia”.

Testo di Lorenzo Bellini
Foto di Giovanni Fucili

 

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Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

Giorgio La Pira