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Cos'è la famiglia, oggi?

Cos'è la famiglia, oggi?

Famiglia è una parola difficile da maneggiare perché dentro ci sono molti tipi diversi di famiglia. Nel contesto sociale così liquido in cui viviamo, dove si sono ampliati i confini della nostra libertà, va in crisi il ruolo della famiglia. Inevitabili gravi ricadute sulla natalità e sull’educazione.

Sedici. Sono i tipi di famiglia contati dall’Istat, combinando variabili come avere o non avere figli, vivere insieme o soli, essere coniugati o no. “Corre la trasformazione della famiglia – spiega il sociologo Vittorio Filippi che raggiungiamo al telefono tra una lezione all’università e l’altra – ponendoci lontani ormai anni luce dall’idea tradizionale: oggi le specie di famiglia, o meglio le architetture affettive possibili, sono davvero numerose, frutto anche di vite sempre più libere ed individualistiche”.

Insomma, la famiglia è sempre più “sostantivo plurale”?

In passato l’immagine che avevamo sulla famiglia era netta, chiara, semplice. Oggi è la parola stessa ad essersi dilatata, se pensiamo molto similmente a quella di “amico”. Certo dentro alla famiglia oggi ci sono tante specie diverse; anche di matrimoni non ce n’è più solo uno: civili, religiosi, primi, secondi, tra italiani, con stranieri… E’ una fotografia che riflette la nostra epoca, più articolata, più complessa.

Anche i compiti sostanziali della famiglia sono entrati in crisi?

Evidentemente. La famiglia svolge dal punto di vista sociale due funzioni: mette al mondo figli – e su questo registriamo il disastro demografico (la media perché la società mantenga l’equilibrio è di 2,1 figli per donna ed in Veneto registriamo l’1,3) – e li educa. Ma anche nel compito educativo, che non può essere delegato ad altre agenzie, c’è molta fragilità, incertezza, timori.

Da tempo lei va sostenendo che gli scenari futuri non sono rosei…

Credo che la situazione sia tra le più critiche proprio per la denatalità che segna il nostro paese. Una società sbilanciata sugli anziani, invecchiata, declina su sé stessa, favorisce processi di emigrazione, rischia di asfissiare.

Contano le scelte politiche “family friendly”?

Certo. In Italia diciamo di avere un welfare familiare, in realtà significa che la famiglia si arrangia. In Francia, Svezia, Irlanda sono state messe in campo politiche natalistiche positive, che non vanno solo ad inserire premialità fiscali, orari di lavoro flessibili, ma anche servizi e reti di supporto. Anche le politiche migratorie potrebbero riequilibrare la demografia, perché gli immigrati sono di solito giovani e fanno ancora figli. Costa addirittura di meno ed ha effetti maggiori.

Recentemente lei ha anche riflettuto su chi sta “individualmente insieme”. Cioè?

Il contesto sociale “liquido” non aiuta a costruire con tempo e pazienza il noi che va oltre i due fragili io. Siamo diventati certamente più esigenti verso la nostra individualità e libertà, ma questo ci porta a fare i conti con la fatica del noi.

La famiglia incrocia di questi temi le tematiche legate al gender. Lei che idea si è fatto?

Non mi interessano le crociate ideologiche. Tuttavia dobbiamo essere consapevoli che c’è un pluralismo anche nell’affettività e che oggi non siamo più definiti come nei ruoli del passato. Facebook offre 58 identità di genere in cui rappresentarsi; in una recente ricerca è emerso che i giovani inglesi si definiscono per il 40% gender fluid. Non farei allarmismi ma credo sia importante riconoscere che siamo entrati in questa pluralità. Che del resto è una delle molteplici variabili legate all’ampliamento della sfera delle libertà che è “bello” ma può anche creare molta confusione.

Intanto prosegue il Sinodo vaticano sulla famiglia.

La mia impressione è che doveva essere fatto, già tempo fa. Oggi ci sono sfide enormi che toccano sfere delicatissime della vita delle persone e che chiedono un orientamento. Il rischio, altrimenti, è che i cattolici compiano scelte personali, senza seguire il magistero della Chiesa.

In queste trasformazioni come ha influito la crisi economica?

Ha semplicemente esasperato questi meccanismi che comunque già c’erano, soprattutto in tema di natalità. La crisi ha rappresentato un agente velocizzatore ma anche se non ci fosse stata saremo qui  parlare delle stesse cose. I numeri dicono che perdiamo in Veneto 150 nascite al mese. Sono dati pesanti che davvero ipoteticano il nostro futuro.

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Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

Giorgio La Pira