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Daniele Marini parla di "metamorfosi" a Nord Est il 18 maggio a Vittorio

Daniele Marini parla di "metamorfosi" a Nord Est il 18 maggio a Vittorio

C’È UN NUOVO NORD EST DA RACCONTARE, DOVE È CAMBIATA LA VITA, LA SOCIETÀ, IL LAVORO.
NE PARLIAMO CON DANIELE MARINI, SOCIOLOGO E DOCENTE UNIVERSITARIO DI PADOVA.

GUARDA LE FOTO DELLA SERATA >>>

PRESENTE IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE SUPERG ANTONIO PADOAN E LA START UP VINCITRICE DEL BANDO SUPERG 2015.

MODERA GIORGIO PICCOLOTTO, PRESIDENTE DEL CIRCOLO ACLI DI VITTORIO VENETO

L’evento è organizzato dal Circolo Acli di Vittorio Veneto con le Acli provinciali di Treviso ed è finanziato con risorse del 5X1000 dell’Irpef dell’anno 2012.

Leggi l'ultimo intervento su questi temi alle Acli del Veneto

IL NOSTRO TERRITORIO E’ UN LABORATORIO DA OSSERVARE CON NUOVI OCCHIALI
METAMORFOSI A NORD EST

(sintesi dell'intervento di Daniele Marini, testo non rivisto dall'autore)

C’è un nuovo Nord Est da raccontare, dove è cambiata la vita, la società, il lavoro, l’economia del territorio. E, per comprenderlo, bisogna seguire l’indicazione di Enri De Luca che nel suo libro “E disse” scrive: “per guardare il domani non si deve osservare la foce del fiume, ma la sua sorgente”.

“Le trasformazioni socio economiche di questi anni complicati richiedono di assumere una precisa consapevolezza sui mutamenti epocali, paradigmatici, che stiamo vivendo – ci racconta Daniele Marini, sociologo e docente universitario, a margine di un convegno organizzato dal Circolo Acli di Vittorio Veneto per presentare la sua ultima pubblicazione -. Essi non sono molto diversi da quanto avevano già sperimentato i nostri nonni nel passaggio da una società di tipo rurale ad una industriale: il cambiamento degli stili di vita ha riguardato il modo stesso di vivere e non solo alcune dinamiche sociali o economiche”.

I NUOVI PARADIGMI

“Per capire la situazione attuale ci servono alcune chiavi di lettura:innanzitutto l’introduzione delle nuove tecnologhe che ha cambiato le tradizionali dimensioni spazio temporali in cui quotidianamente siamo inseriti. Hanno modificato non solo i nostri stili di vita ma anche i modi con cui guardiamo la realtà, sono veloci nella loro diffusione, rapide nel cambiamento, pervasive”.

Poi bisogna considerare il cambiamento degli assetti geoeconomici a livello mondiale, in primis l’allargamento dell’Unione europea e l’ingresso dei paesi Bric - Brasile, Russia, India, Cina - sui mercati, pur considerando di fatto un eufemismo definire la Cina un “paese” perché con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti è piuttosto un “continente”. In questo contesto, la crescita economica si è spostata ad est e a sud del mondo, mentre cedono il passo i paesi del nord, ovvero quelli in cui sono nati i processi di industrializzazione, in altre parole il “vecchio sviluppo”

“Il terzo elemento paradigmatico riguarda i nuovi assetti di tipo istituzionale. – prosegue Marini -. L’Europa eroga meno soldi agli stati mentre aumenta la sua richiesta di efficientamento, legata soprattutto ai processi di innovazione. In questo quadro si inserisce la ricollocazione dei centri in cui vengono assunte le più importanti strategie politiche, e nello specifico a Bruxelles piuttosto che a Roma”.

L’ultimo paradigma concerne l’adozione di nuovi criteri per progettare il futuro con la consapevolezza che l’unica certezza che abbiamo è l’incertezza.

COSA ACCADE A NORD EST?

“La crisi ha generato un effetto di polarizzazione e selezione sul mercato; le imprese che sono riuscite ad intuire il cambio di marcia globale hanno investito e innovato. Chi non l’ha fatto è uscita dal mercato. In mezzo c’è sempre meno spazio per collocarsi”.

In secondo luogo la nostra identità produttiva manifatturiera, calante numericamente e per impatto occupazionale, non si è smarrita con la crisi, anche se avrebbe bisogno di un terziario più capace di supportare i processi di trasformazione.

“Dobbiamo anche considerare l’apertura ai mercati internazionali cioè la capacità delle imprese di stare nei mercati esteri. Un driver importante di sviluppo sono le medie imprese, che hanno fra i 50 e 250 dipendenti e che vantano senza dubbio le performance migliori. Se ne contano 4.000 in tutta Italia e 1.500 nel Nord Est. Hanno rapporti mediamente con 274 fornitori, sono di fatto “imprese a rete”. Se operano processi di innovazione, costringono le piccole realtà con cui collaborano ad innovare a loro volta per non perdere il rapporto di lavoro”.

IMPRESE E COMUNITA’ “COMPLICI”

“Da tutto ciò – spiega ancora Marini -, emerge chiaramente che tanto più un’impresa innova, tanto più si internazionalizza, e viceversa, creando benefici non solo per sé ma per il territorio”. Nei suoi assetti organizzativi l’azienda diventa flessibile, capace di uno veloce scambio di informazioni all’interno e nella filiera, attenta alla formazione del capitale umano. Dentro alla crisi, chi ha mantenuto le scelte di investimenti già avviati ha poi ottenuto performance migliori.

“Credo sia fondamentale – ha concluso il sociologo - tornare a ripristinare una “complicità” fra imprese, società, territorio, istituzioni, per creare un ecosistema competitivo. L’impresa è un valore sociale condiviso, non possiamo dimenticarcene”.

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Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

Giorgio La Pira