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Cercavamo la pace: l'esperienza nei Balcani

Cercavamo la pace: l'esperienza nei Balcani

Durante i conflitti nei Balcani degli anni ’90 furono centinaia gli italiani che parteciparono a missioni umanitarie in favore delle popolazioni colpite dalla guerra. A oltre vent’anni dall’inizio di quella mobilitazione, Osservatorio Balcani e Caucaso ha studiato questo importante capitolo della storia politica e sociale europea con la ricerca Cercavamo la Pace, realizzata grazie al sostegno della Provincia autonoma di Trento e della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. I risultati sono stati presentati a metà novembre a Trento. Ha seguito per noi la conferenza Davide Zampierin, volontario in servizio civile alle Acli di Treviso.

Venerdì 14 novembre il dipartimento di sociologia dell’università di Trento ha ospitato la conferenza “Cercavamo la pace: dalla mobilitazione della società civile italiana durante le guerre nei balcani degli anni novanta alla cittadinanza europea di oggi”.
Al convegno era presente una pluralità di attori con ruoli abbastanza differenti tra d’essi come per esempio sociologi, direttori di fondazioni e musei, professori universitari, attivisti e fotografi.
Questa molteplicità di persone ha permesso di creare una visione assai ampia, con differenti punti di vista, sensazioni e opinioni sul tema del meeting.

Il tema trattato è uno dei tanti argomenti contemporanei che però sono stati dimenticati con troppa rapidità e superficialità: le guerre dei balcani.
La guerra jugoslava è stato un tremendo conflitto, uno dei maggiori come entità dopo la seconda guerra mondiale, con una mole immensa di morti, distruzione, persecuzioni, trucidazioni e violazione dei diritti umani e civili.
Purtroppo queste ferite sono ancora aperte e tangibili tutt’oggi, non solo nelle città e nelle infrastrutture ancora martoriate ma anche negli occhi e nei corpi mutilati delle persone, nelle tifoserie sportive e nella politica interna e internazionale degli stati balcanici.

L’Italia, vista la vicinanza geografica e i forti legami che ha sempre avuto con la penisola balcanica, ha giocato un ruolo decisivo all’interno della comunità europea durante il periodo della guerra in Jugoslavia. Questa vigorosa sensibilizzazione e mobilitazione non ha contraddistinto solamente gli ambienti della politica e delle relazioni internazionali ma anche i vari gruppi della società civile.

La conferenza ha voluto incentrare l’analisi e lo studio su questa enorme pluralità di persone che sono intervenute in maniera autonoma oppure raggruppate da diverse organizzazioni e enti, come per esempio associazioni politiche, organizzazioni di volontariato e organizzazioni non governative e gruppi parrocchiali.

Per la società civile italiana, la guerra dei balcani è stato il (e sottolineo il) momento di crescita, in quanto da tale momento le organizzazioni popolari si sono per la prima volta mobilitate in maniera indipendente in un contesto extraterritoriale.

Le attività che esse hanno svolto e che alcune entità continuano a svolgere tutt’ora sono prevalentemente due: la prima è la solidarietà concreta, ovvero tutte le azioni che si svolgono nei territori locali, mentre la seconda è la diplomazia popolare, ovvero tutte le forme di sensibilizzazione e di promozione a favore degli interventi umanitari nella ex-Jugoslavia.

Purtroppo questo enorme “arruolamento dal basso” di centinaia e centinaia di persone ha avuto inizialmente un sostanziale picco di consenso e di energie, dopodiché con il passare del tempo, si ha avuto un calo drastico sia dell’interesse della società civile sia dei mezzi di comunicazione.

Questo “cambio di rotta” e questo silenzio si sono tradotti in un sostanziale ibernamento della conoscenza della guerra scoppiata nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e dell’attivismo e del vigore della società civile italiana di quegli anni.

Proprio per contrastare questa sostanziale dimenticanza verso questi temi così vicini alla nostra Repubblica e così contemporanei (come quello dell’attivismo civile) la conferenza di Trento ha voluto far riscoprire uno dei capitoli più tristi degli ultimi trent’anni della storia comunitaria e mondiale e far riemergere l’efficacia dell’impegno della società civile italiana, spronandola a non ripetere (forte della maggiore maturità e responsabilità) gli errori del passato.

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Una famiglia deve avere una casa dove abitare, una fabbrica dove lavorare, una scuola dove crescere i figli, un ospedale dove curarsi e una chiesa dove pregare il proprio Dio

Giorgio La Pira