Poveri di diritti
Venerdì 28 Ottobre 2011 13:04
POVERI DI DIRITTI
E’ il titolo e la chiave di lettura proposta dall’annuale rapporto della Fondazione Zancan sulla povertà in Italia. Nell'analisi si punta l'attenzione sui diritti negati a causa della precarietà e della crisi." Un degrado per varie cause, che porta - secondo l'Eurostat - il 25% della popolazione italiana a rischio povertà". Leggi una sintesi
POVERI DI DIRITTI
E’ il titolo e la chiave di lettura proposta dall’annuale rapporto della Fondazione Zancan sulla povertà in Italia.
I dati Istat sulla diffusione della povertà relativa dicono che nel 2009 erano povere il 10,8% delle famiglie residenti in Italia e che nel 2010 sono state 2,73 milioni, cioè l’11%. La situazione, stando a questi numeri, sembrerebbe non peggiorare più di tanto, e tuttavia lo studio proposto anche quest’anno dalla Fondazione Zancan con la Caritas Italiana dimostra che non è proprio così: “Malgrado le molte risorse spese, circa 2 miliardi di euro dei comuni, senza contare le altre istituzioni, per sussidi economici, ammortizzatori sociali e altre forme di sostegno, non si riesce ad incidere sul fenomeno e a ridurlo”.
Famiglie, lavoro, giovani
La povertà colpisce con particolare violenza le famiglie numerose, con più di due figli. Senza un adeguato sostegno incentivate a fare figli e le ripercussioni a livello demografico saranno pesanti. Tuttavia, nel bilancio di previsione dello stato per gli anni 2010-2013, il Fondo per le politiche della famiglia registra i seguenti decrementi: 185,3 milioni di euro nel 2010, 51,5 milioni nel 2011, 52,5 milioni nel 2010 e 31,4 milioni nel 2013.
In Italia, i cittadini tra i 15 e i 64 anni con un lavoro regolarmente retribuito sono quasi 22 milioni e 900 mila, il 56,9% dei cittadini. La percentuale è tra le più basse dell’Occidente. Ci sono poi tre categorie particolarmente vulnerabili: i giovani (l’occupazione è crollata dell’8% nel 2009 e del 5,3% nel 2010); le donne (in Italia lavora solo il 47%); le persone disabili (nel 2008 hanno fatto do-manda di assunzione 99.515 disabili e nel 2009 83.148, ma gli avviamenti effettivi al lavoro sono stati rispettivamente 28.306 e 20.830).
I giovani che hanno iniziato a lavorare a metà degli anni novanta matureranno verso il 2035 una pensione analoga a quella degli attuali pensionati con il minimo Inps, ossia di 500 euro. Sono i poveri relativi di oggi e i poveri assoluti di domani.
“L’impoverimento negli ultimi anni sta intaccando e corrodendo il benessere della piccola e media borghesia, privata del proprio status di relativa tranquillità economica, costretta a chiedersi se e quale futuro avranno i propri figli – si legge ancora nel rapporto -. Nel 2010 l’Eurostat ha quantificato le persone “a rischio povertà” in 15 milioni, il 25% della popolazione italiana. E’ un degrado attribuibile a varie cause: la stagnazione della produzione, la disoccupazione, la persistenza dell’alto numero di cassintegrati, l’allargamento della precarietà lavorativa, il calo del potere d’acquisto, l’accresciuta disuguaglianza dei redditi”.
E’ drammatico notare che in uno studio legato alla povertà in Italia sia sottolineato che tra i potenziali poveri le nuove generazioni, gravate da un profonda crisi del mercato del lavoro e da un futuro da pensionati con reddito insufficiente.
Soldi spesi male: il monitoraggio della spesa dei comuni
Il rapporto 2011 propone un’attenta analisi della spesa dei comuni per la povertà e il disagio economico. In vista del nuovo assetto federalista, che prevede un riequilibrio delle risorse e il superamento delle divergenze territoriali, diventa fondamentale avere chiaro il quadro della situazione per capire dove intervenire. Secondo la rilevazione, negli ultimi due anni la spesa assistenziale dei comuni è aumentata del 4%, la spesa per la povertà dell’1,5% e quella per il disagio economico del 18%. Nel 2008, il 31% dei 111,35 euro pro capite di spesa sociale è stato destinato a dare risposte a persone povere o con disagio economico.
Dai dati si evince che a distanza di un anno nulla è cambiato: gli enti locali conti-nuano a investire tante risorse assistenzialistiche nel contrasto alla povertà ma con scarsi risultati. Il problema è sempre lo stesso: la prevalente logica emergenziale in base alla quale è preferibile erogare contributi economici piuttosto che attivare servizi.
Quali strategie possibili?
Sulle politiche di lotta alla povertà finora in Italia sono prevalse due tendenze: la prima è stata quella di creare soluzioni temporanee ad hoc – come la social card – distinguendo tra i “molto poveri” e tutte le altre persone e famiglie in difficoltà affidate invece ai servizi di welfare.
“Tuttavia – si legge nel rapporto – i molti volti della povertà evidenziano la necessità di strategie di welfare globali, non basate su singole misure, ma su un insieme governato di interventi, di cui i sussidi economici sono parte (soprattutto per affrontare l’emergenza) e non il tutto.
La prima strada da percorrere è quella di incrementare il rendimento della spesa so-ciale. La seconda è di recuperare i crediti di solidarietà (basati sull’erogazione di finanzia-menti a favore di persone che si impegnano effettivamente in progetti di sviluppo locale) destinandoli in via prioritaria a occupazione di welfare a servizio dei poveri”.
Un modo di aumentare il rendimento della spesa sociale è, inoltre, la professionalizzazione dell’aiuto. Ad oggi, gli oltre 100 miliardi di euro di raccolta fiscale destinati ai servizi sanitari sono trasformati in centinaia di migliaia di posti di lavoro. Se questo criterio fosse applicato alla spesa per servizi sociali, si potrebbe ipotizzare un risultato occupazionale di circa altrettante migliaia di posti attivabili per lavori di cura e infrastrutture di welfare. Molte donne con figli e molti giovani uscirebbero dalla disoccupazione e dalla povertà lavorando a servizio degli altri.







